IL DENARO ETICO un paradosso del fundraising

…una discussione aperta e in divenire nel fundrasing è la questione etica di questa professione: quali sono le regole e i principi da rispettare? Quali sono i limiti? Fin dove posso spingermi? Insomma, l’insieme delle buone regole al quale un buon fundraiser si deve ispirare.

In alcuni post precedenti ho scritto di diverse questioni legate all’etica, in particolare qui e qui. Esistono già quindi dei punti di riferimento generali ai quali rifarsi, come queste norme dell’afp. E’ probabile inoltre, che la o le organizzazioni dove lavoriamo dispongano di una propria policy in merito, specie su tematiche o target specifici. COOPI, ad esempio, ne ha una in merito alla relazione con i donatori (Patto con i donatori), una sulle aziende e una su infanzia e comunicazione.

Ma tra tutte queste regole, norme scritte e non scritte, c’è una domanda che mi pongo e vi sottopongo:

Se Hitler è disposto a donare 100 euro alla mia organizzazione, e io so che con quei soldi posso salvare concretamente la vita di un bambino, li prendo?

La domanda è un paradosso ovviamente, ma è da leggere “esattamente” così. E’ una questione morale, certo, ma molto pragmatica. Arrivo all’assurdo perchè poi i casi che ci troviamo ad affrontare (specie con grandi donatori, individui o aziende che essi siano) sono meno netti e diversi l’uno dall’altro, e ci offrono una possibilità di scelta. Ma così è più semplice discutere… 

In sostanza vorrei capire secondo voi fino a che punto “il fine giustifica i mezzi” nelle scelte che facciamo giorno dopo giorno nella nostra professione. Fino a che punto “pecunia non olet”. Fino a che punto il pragmatismo deve prevaricare l’idealismo. Fino a quanto l’essere “spregiudicati” nella comunicazione e nelle azioni di raccolta fondi è giustificato dalla buona causa.

Queste situazioni per un fundraiser si creano spesso nelle partnership con le aziende. In questo periodo, per fare un esempio concreto, mi sono trovato a dover discutere e argomentare più volte e intensamente, nei confronti di vari stakholder, la partnership tra COOPI e Chiquita: in questo post potete trovare una sintesi delle ragioni di questa scelta, se avete voglia di approfondire un caso “complesso” e magari segnalarne altri. Non è certo un caso isolato: mi incuriosisce in questo senso la partnership tra Save the children e Bulgari o quella tra Unicef e Glaxo o quella (storica) tra Oxfam e Unilever: ce ne sono davvero molte tra il “diabolico” mondo profit e quello “santo” del non-profit che stanno segnando un trend. Questi due siti (in inglese) sono molto utili per approfondire queste tematiche: http://www.thepartneringinitiative.org/tpihome.jsp e http://www.ethicalcorp.com/content.asp?ContentID=4219 , e ci insegnano (secono me ovviamente) che non ci si può abbandonare a facili ideoligismi contrapposti se si vuole innescare “il” cambiamento, ma essere disposti a ragionare, sempre.

Così, di fronte a un dilemma del genere, per decidere “se prendere o meno i soldi”, se avviare o meno una partnership,  considero sempre: il “brand” dell’organizzazione e l’insieme dei valori che esprime, la comunità dei donatori e le loro possibili reazioni, le policy interne dell’organizzazione, quelle della professione e la mia etica personale. E il reale impatto della scelta fatta sulla causa.

Per rispondere al paradosso: prendo i soldi e salvo il bambino. 

Tu cosa fai?

12 risposte a “IL DENARO ETICO un paradosso del fundraising

  1. vai MachiaSTelli..!

  2. Pingback: Quali sono i vantaggi che una organizzazione nonprofit può ottenere attraverso una partnership con un’ impresa profit? | Fundraising.it

  3. Ciao,
    è logico che è assurdo prendere denaro da organizzazioni che sfuttano situazioni di estrema povertà non è nello scopo della cooperazione allo sviluppo ed in particolare dello sviluppa partecipato, per capire questo concetto basta documentarsi un pochino su un “certo” Amartya Sen (http://it.wikipedia.org/wiki/Amartya_Sen). Ovvio che se lo vediamo dal punto di vista di molti fund raiser il discorso cambia: molto spesso sta professione sembra quella di un pescatore: giù le reti e su i pesci ! Ovviamente una pesca sotto costa ed a strascico in modo di rovinare per bene il fondale. Ragazzi, uscite dagli uffici ed andate in paese africano a vedere qualche piantagione nei PVS ed informatevi come viene pagato il personale che ci lavora e sopratutto quali pressioni subiscono coloro che cercano di resistere al sitema e se in Africa ci andate spesso non restate solo dove le ONG fanno i loro splendidi progetti. Il legame ONP grandi imprese multinazionali sta prendendo corpo solo negli ultimi anni da quanto parte dei consumtori ha deciso di allontanarsi dai prodotti che sfruttano certe situazioni: alcuni esempi:
    – COOPI + Chiquita
    – Save the Children + Bulgari
    e sicuramente altri staranno uscendo dal cilindro.
    Ma quel che è peggio è che i fundraiser si giustificano mostrando i soliti documenti di facciata delle multinazionali, mi verrebbe da chiedervi se avete mai sentito parlare di neocolonialismo (http://it.wikipedia.org/wiki/Neocolonialismo): E come mai nelle belle home page delle ONG sopra citate non c’è un bel link che indica gli stupefacenti accordi presi con queste società ? Ovvio xchè molti dei loro piccoli sostenitori ne sarebbero indignati !
    Concludendo, in pochi fund raiser scriveranno in questo post perchè difficilmente la categoria è critica contro i “le grandi ONG” del settore, tuttavia come biasimarli a molti di loro piacerebbe lavorare in simili strutture.
    Ciao a tutti.
    Dante

  4. Ragazzi meno strategia di marketing e più cuore !
    E’ questo che vogliono i sostenitori, ve ne accorgerete presto.
    Ciao Dante

  5. Ciao Dante,
    la tua partecipazione al dibattito è più che gradita, però ho l’impressione che tu non abbia preso in considerazione tanto quello che ho scritto, ma piuttosto preso a pretesto quello che ho scritto per esprimere una tua posizione preconcetta.
    Detto questo credo che la questione principale sia un diverso approccio di fondo: io sono convinto che la “collaborazione critica attiva” tra profit e nonprofit possa portare a risultati infinitamente più incisivi e diffusi nella lotta alla povertà, piuttosto che chiuderci nelle nostre piccole riserve. Io penso che il libero mercato e l’impresa siano un bene e che l’introduzione della giusta, a mio avviso, influenza sociale possa bilanciare la massimizzazione del profitto.
    Un “certo” Yunus l’ha scritto nel suo ultimo libro e pensa, ha fatto di più, ha fondato la “Grameen Danone Foods” http://www.fainotizia.it/2008/09/30/muhammad-yunus-un-mondo-senza-poverta-feltrinelli-milano-2008-pagg-237-euro-15. Incredibile, deve essere impazzito…!
    Anche le Nazioni Unite attraverso il Global Compact promuovono da anni il coinvolgimento e il cambiamento delle grandi imprese nel processo di lotta alla povertà e di responsabilizzazione sociale (http://www.globalcompactitalia.org/global-compact/ ).
    Io guardo a questo mondo dove i problemi si affrontano cercando il dialogo, l’incontro e la recripoca influenza valoriale. Dove i mutui benefici di tutti gli attori coinvolti innescano un processo positivo per tutti. E questo come sai è nel dna della cooperazione allo sviluppo, di quella cooperazione che fa del pragmatismo e del raggiungimento dei risultati il centro della sua azione, più che una certa ideologia retrograda massimalista. E sono certo che tu sai perfettamente distinguere gli ideali (aperti) dalle ideologie (chiuse).

    Per la questione COOPI – Chiquita fatti un giro sul blog di COOPI dove potrai vedere che a differenza di quello che dici facciamo tutto alal luce del sole e con il giusto risalto. Se vuoi e approfondisci il tema qui http://coopi.wordpress.com/2008/10/27/le-ragioni-di-una-scelta-perche-coopi-chiquita/, ti renderai conto che quello che è stato avviato è un processo ponderato di collaborazione, ma di processo si tratta, non di soluzione “magica” immediata. Siamo convinti che riusciremo a fare molto bene il nostro lavoro. Ma anche che i portatori della verità non capiranno mai, con il loro piglio da moralizzatori…

    Sui fundraiser parlo per me, se poi altri colleghi vorranno intervenire, ben venga: è da quando ho avviato questo blog che scrivo sulla specificità di questa professione dove l’aspetto sentimentale è alla base dei rapporti di reciprocità che si instaurano attraverso la donazione, ad esempio qui https://quistelliblog.wordpress.com/2007/10/30/cose-il-fundraising-per-me/ . Quindi la tua precisazione è non solo inutile, ma anche superficiale se me lo consenti.

    Ciao, Francesco.

    Ps: come vedi il confronto, al quale io sono disponibilissimo, arrichisce gli interlocutori, fa riflettere, allarga gli orizzonti, e per questo ti ringrazio. Ma c’è una regola imprescindibile: la verità assoluta non esiste. Chi sente di averla, è da sempre la iattura del mondo.

  6. Per ora non riesco a devicarti il giusto tempo che merita il tuo intervento, tuttavia voglio velocente aggingere:
    1) non ho nessuna posizione preconcetta nel conivolgere il profit in attività no-profit, anzi sono del tutto favorevole ma ovviamente entro certi limiti.
    2) sicuramente non possiedo la verità assoluta, anzi spero proprio di sbagliarmi in quanto scritto.
    Grazie Ciao

  7. Ciao:
    – che la questione principale sia un diverso approccio di fondo: io sono convinto che la “collaborazione critica attiva” tra profit e nonprofit possa portare a risultati infinitamente più incisivi e diffusi nella lotta alla povertà, piuttosto che chiuderci nelle nostre piccole riserve. Io penso che il libero mercato e l’impresa siano un bene e che l’introduzione della giusta, a mio avviso, influenza sociale possa bilanciare la massimizzazione del profitto…… SONO PERFETTAMENTE D’ACCORDO
    Tuttavia credo che le ONP non debbano fare accordi con socieà che sono state e probabilmente sono tuttora conivolte in molti processi che generano sottosviluppo e sfruttamento. Con questo non voglio dire che società non etiche nel passato non possano redimersi e per la redenzione dsi debba provare ad avvicinare i due mondi. Ma nel 2007 quella sopra citata non mi sembra che abbia avuto comportamenti corretti e x verificarlo basta scrivere Chiquita su Google.
    Tuttavia in Google il legame Coopi + Chiquita sta prendendo il sopravvento sulle non confortanti notizie diffuse sulla società.
    – Non metto neppure in dubbio l’operato di COOPI infatti proprio oggi pomeriggio ho effettuato una donazione “natalizia” in un suo punto di raccolta fondi e credimi sono tutto fuorchè un moralizzatore :-))
    Tuttavia non posso negarti che questi legami non mi piacciono.
    Per quanto riguarda:…… quindi la tua precisazione è non solo inutile, ma anche superficiale se me lo consenti….
    Te lo consento :-)) Ma non credo che sia così inutile in quanto leggo molti blog di fund raiser professionisti, e mai riesco a leggere commenti che vanno altre i complimenti i dati le tecniche ecc ecc. mai una critica, una perplessità !
    Per il comento scritto in precedenza ho solo un dispiacere, che te la sia presa in modo personale. Non era mia intenzione offendere nessuno ne tanto meno mettere in dubbio il tuo onesto lavoro e quello della categoria, che rispetto pienamente. Se nell’impeto di scrivere il commento ho dato questa impressione, chiedo scusa !
    E x Chiquita spero tanto di sbagliarmi.
    Grazie ciao

  8. Ciao Dante,
    prima di tutto grazie per la donazione: è un segno di fiducia che mi/ci responsabilizza molto, come ogni altra donazione.

    Sulla partnership con Chiquita, se vuoi sospendi il giudizio per un po’ e continua a seguire il percoso che abbiamo cominciato a impostare. Anche questa nuova esposizione mediatica che mette l’azienda al centro dell’attenzione di tanti media “critici” e non, va esattamente nella direzione che vogliamo: i riflettori accesi sono il miglior stimolo a operare eticamente.
    Visto che hai citato le fonti di informazione online, tra i tanti link che si trovano in giro se ti va leggi anche questo, una posizione “indipendente” di qualche tempo fa:
    http://www.peacelink.it/latina/a/9287.html
    non certo tenera, ma obiettiva a parer mio.

    Ah…non me la sono presa personalmente, ma un po’ risentito professionalmente quando hai parlato di cuore. Non potrei fare il fundraiser se non ci mettessi il cuore, non raccoglierei “una lira” (sono vecchio…).

    Ciao, in bocca al lupo per le tue attività.
    Francesco

  9. Ciao Dante,
    leggo, colpevolmente, solo ora questa interessante discussione sulle relazioni profit / nonprofit e su dove si trovi il limite, se un limite esiste, in questi rapporti.
    Credo che Francesco abbia ampiamente risposto alle tue perplessità e quindi mi ritaglio giusto un paio di dettagli minori sui quali andare ad intervenire.
    Il primo è in relazione al:”in quanto leggo molti blog di fund raiser professionisti, e mai riesco a leggere commenti che vanno altre i complimenti i dati le tecniche ecc ecc. mai una critica, una perplessità !”.
    Quella della mancanza di critica nei nostri blog è una questione più volte sollevata, ti fa onore il fatto di essere il primo a farlo in maniera esplicita e non nascosto dietro a enti e/o durante Consigli direttivi a porte chiuse.
    Probabilmente è vero che non ci sono ancora (e sottolineo ancora data l’estrema recenza di tutti i nostri blog) post che mostrino quello che nel nostro settore non va, quelle che sono le perplessità, i dubbi che agitano i poveri fundraiser, ma sii paziente… è solo una questione di “maturità” del settore e dei diari sull’argomento… arriveranno e credo presto, le critiche e le perplessità e credo che il post di Francesco e la discussione che ne è scaturita sia un piccolissimo (e positivissimo) esempio di quello che ci aspetta… la secondo questione è invece relativa all’argomento del post… forse io sono troppo estremo ma se un’azienda mi garantisce (producendomi documentazione) i propri standard etici e si impegna a firmare un contratto in cui se questi standard si rivelassero fasulli e/o insufficienti mi risarcirebbe non vedo perchè non dovrei accettare il finanziamento… il nostro lavoro non è quello di stabilire chi sono i buoni e chi i cattivi, noi possiamo tutelarci e tutelare i nostri donatori con contratti e accordi (pubblici)… del resto questa è la politica adottata anche da Oxfam e credo che non li si possa accusare di sudditanza o neo-colonialismo… A di là di tutto cmq grazie per gli spunti e per aver stimolato un interessante (era ora) discussione!😉

  10. Ciao Francesco, bel tema che è giusto sollevare. Purtroppo il poco tempo di questi giorno mi impedisce di leggere tutti i commenti con attenzione, e me ne scuso, ma provo a toglirmi comunque qualche sassolino:

    – ma perché tutti parlano dell’eticità delle aziende e nessuno qui sembra mettere in discussione l’eticità dei soldi pubblici? Meglio prendere i soldi da Chiquita o da un governo corrotto che vende armi a un povero paese africano governato da un despota? Ci sono organizzazioni che rinunciano anche a quei soldi… ma magari vengono accusate di sprecare troppi soldi in raccolta fondi… Ragazzi, la quadratura del cerchio non esiste qui e io preferisco i soldi di Chiquita, sapendo che almeno non li sottraggo ai soldi dei contribuenti…
    – ma in che mondo viviamo? Possiamo pensare di risolvere i problemi senza il coinvolgimento di tutti? Un certo tizio, uno un po’ abbronzato appena eletto negli usa a non so più quale carica ha detto che bisogna trattare anche con i taliban… e io non posso trattare con Chiquita per aiutare concretamente qualche bambino in più e le loro famiglie?
    – ma perché non possiamo accompagnare anche le aziende in un percorso di crescita preferendo aspettare ai bordi di un fiume che il loro cadavere passi? Non pensate che sia solo odio ideologico nei confronti dell’impresa? Provate ad applicare questo principio anche alla politica: qualcuno lo ha fatto con la germania dopo la prima guerra mondiale… hanno sbagliato e ora cosa ci importa se imboccano una strada positiva… devono pagare… be’ forse qualcuno si ricorda com’è andata…

    Estremizzo? Ragazzi l’etica è una cosa seria. Non affrontiamola con ideologia. Proviamo a fare la controprova alle nostre verità e ci accorgeremo che difficilmente passano l’esame della realtà. Un po’ di sano pragmatismo, ricordandoci per cosa lavoriamo e a chi dobbiamo rendere conto in termini di benefici finali… Insomma, come al solito, cuore e ragione.

  11. Ciao,
    in accordo con Francesco, abbiamo deciso di continuare la discussione in termini generali non considerando il caso specifico della “banana blu”; come giustamente dice Francesco: il blog non deve stabilire chi è buono e chi cattivo.
    Su queste basi:
    trovo molto interessante il punto del Dott. Fusi:
    <>
    A livello contrattuale non farebbe una piega, ma il risarcimento potrebbe non essere una buona ricompensa se gli standard non rispettati hanno generato gravissimi problemi sociali oppure scontri con morti e feriti.
    Anche l’intervento del Dott. Ferrrara è molto interessante ed in in particolare nelle righe che comprendono e seguono la frase: <
    Non sono un fundraiser e tanto meno un esperto come Francesco, il Dott. Fusi, oppure il Dott. Ferrara, ma sono arrivato ad una conclusione.
    Si deve aprire il dialogo anche con il “diabolico mondo profit” perché lo scambio reciproco può migliorare entrambi i settori e chiudere i rapporti non porterebbe vantaggi a nessuno. Questo legame che si sta realizzando in questo periodo, ed in particolare con alcune “diaboliche profit” può portare a nuovi problemi che al momento sono di difficile quantificazione perché nuovi sono gli eventi che si stanno verificano sul panorama italiano. Tuttavia l’esperienza di importanti ONP internazionali può aiutare a risolvere le problematiche. Come suggerito dal Dott.Ferrara è fondamentale distinguere l’etica dall’ideologia e voglio concludere con il suo stupendo finale di intervento:
    Ragazzi l’etica è una cosa seria. Non affrontiamola con ideologia. Proviamo a fare la controprova alle nostre verità e ci accorgeremo che difficilmente passano l’esame della realtà. Un po’ di sano pragmatismo, ricordandoci per cosa lavoriamo e a chi dobbiamo rendere conto in termini di benefici finali… Insomma, come al solito, cuore e ragione.

    Grazie a voi, ritengo che questa è stata la più bella discussione che nell’anno 2008 ho letto sui molti siti di fundraising che frequento.
    Grazie di tutto Dante.

  12. Complimenti Francesco per il post, complimenti a Dante per aver intavolato un’interessante discussione e a tutti i partecipanti al dibattito.
    lavoro, come molti di voi sanno, nel corporate fundraising per AMREF, e per noi questa tematica si ripropone quotidianamente: condivido appieno le posizioni di Francesco, Paolo e Daniele, ritenendo che il cuore in passato ha creato questo fantastico terzo settore in Italia, e che la sempre crescente professionalità del settore ha fatto, finalmente, crescere anche la ragione e la razionalità necessaria per valutare caso per caso con la giusta lente.
    il più grosso timore che attualmente ho nel legarmi ad imprese multinazionali, costantemente criticate dallo sguardo attento (direi severo in relatà) di certi enti o associazioni di consumatori, è di ritrovare il mio logo, trasparente, tutelato e che crea fiducia nel donatore, legato a “scandali” più o meno reali.
    tutto qui…insomma un bel timore, è certo, ma ribadisco che la professionalizzazione del settore, la volontà e la capacità dei nuovi manager di rendere il donatore sempre più consapevole, formato, fedele all’organizzazione e sicuro della sua trasparenza, sicuramente mi tranquilizza molto.
    recentemente abbiamo portato avanti una collaborazione con Acqua Panna – San Pellegrino…sedetevi: Nestle.

    solo due anni fa penso che la telefonata di Nestle non l’avrebbero neanche passata al responsabile aziende.
    certo, ci abbiamo messo circa un mese per decidere se far partire la collaborazione, un mese di studi, analisi, incontri. l’aziedna era disposta a venire a Roma a parlare con il nostro presidente e ci ha invitato più volte in sede da loro per dimostrarci la loro responsabilità sociale e ambientale. e posso confermare che l’attenzione di San Pellegrino nei confronti del dipendente, dei fornitori, dell’ambiente, e di tutti gli altri stakeholders è davvero esemplare.
    La collaborazione tra l’altro è stata veramente indolore e molto utile per AMREF per fare brandig e raccogliere fondi.

    insomma sulla bilancia mettiamo sempre cuore e ragione, come dice giustamente Paolo: tanti studi, contratti chiari, eventualmente definiamo un piano B, ma non chiudiamoci di fronte ad un brand come in passato.
    Ioana

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